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Dal clima del mondo al capannone: come un rischio globale diventa un'esposizione in uno stabilimento
26 ottobre 2026

Gli studi sul clima parlano di paesi, di regioni, di economie intere. Un'impresa, invece, ha uno stabilimento in una valle, un magazzino vicino a un fiume, un centro dati in una zona che d'estate si scalda. Chi deve decidere dove intervenire non protegge «l'Italia» né «l'impresa media»: protegge un indirizzo preciso, con un valore di produzione preciso e un'organizzazione precisa.
È il punto da cui parte il paper «From Macro Climate Risk to Site-Level Corporate Loss: A Geoclimatic Probable Maximum Loss Framework», pubblicato dalla Bozen Economics & Management Paper Series (n. 121, 2026) della Libera Università di Bolzano da Valter Carturo, Daniele Cortolezzis, Pietro Domenichini, Davide Ferrari e Francesco Ravazzolo. Propone il GCPML, Geoclimatic Probable Maximum Loss: un quadro che porta i pericoli fisici (alluvioni, vento, neve, caldo, siccità) fino alla singola sede, li fa passare attraverso undici processi aziendali e li pesa con quello che un audit dice sulla resilienza dell'organizzazione.
Che cosa si è visto su 17 sedi. Gli autori hanno provato il metodo su 17 sedi sottoposte ad audit, in 13 paesi, per un valore annuo di produzione di 1,128 miliardi di euro. Tre risultati, tutti da leggere con prudenza.
Gli indirizzi ingannano. In sei casi la posizione ricavata dall'indirizzo cadeva a più di un chilometro dalla sede verificata; in quattro di questi il servizio di geolocalizzazione la dichiarava «ad alta precisione». Un'alluvione si ferma sul bordo di una piana: pochi metri possono cambiare il risultato.
L'audit sposta il quadro. Guardando solo le coordinate si ritrova gran parte della graduatoria di intensità (correlazione di Spearman 0,917), ma l'area di processo più esposta coincide con quella della valutazione completa in cinque sedi su 17. Sapere dove è il rischio non dice ancora quale processo ne soffre.
L'aggregato può nascondere. Al 2050 l'esposizione complessiva del portafoglio sale del 2,1%, mentre la sede mediana sale dell'11,2% e la peggiore del 35,1%: una sola sede, il 39% del valore, migliora e copre il peggioramento delle altre.
Che cosa il paper non dice. È la parte che ci sta più a cuore. Il lavoro è un esercizio di fattibilità: non stima una probabilità né un quantile di perdita, non misura l'accuratezza previsiva, non è una calibrazione attuariale. Nove delle 17 sedi appartengono a un solo gruppo industriale, sei pericoli su 17 sono popolati con dati, e non ci sono sinistri reali con cui confrontarsi. «Probabile» e «massima» hanno qui un significato gestionale preciso: la valutazione si fa a protezioni esistenti, senza interventi aggiuntivi. È un metodo per ragionare con ordine, non una previsione.
Perché ne parliamo con SONAR. Un metodo di questo tipo ha bisogno di essere guardato ogni giorno, non una volta l'anno. SONAR, lo strumento dell'Istituto, lo fa in due modi che si possono verificare: nella pagina dedicata alla cornice climatica misura la stampa e gli eventi dei sei pericoli per tipo, zona e paese, giorno dopo giorno, e dichiara quando la raccolta di una giornata non è chiusa; e mette le tre misure dell'Osservatorio, compreso il GCPML, accanto allo stesso quadro di fonti. Ogni cifra porta la sua fonte e la sua data, perché chiunque possa rifare il conto. SONAR non sostituisce l'audit e non produce una previsione di perdita: osserva in modo continuo, e rende confrontabili nel tempo quantità che altrimenti si guardano una volta e poi si dimenticano.


Per approfondire: il paper (PDF) https://repec.unibz.it/bemps121.pdf e la scheda bibliografica della serie BEMPS https://ideas.repec.org/p/bzn/wpaper/bemps121.html.
Istituto ISR